Le cave

CARAT: CULTURA, ARCHITETTURA RURALE, AMBIENTE E TERRITORIO

1. CAVA GONFALONE

A partire dal ‘700, in questo sito vennero realizzate delle vere e proprie grotte artificiali utilizzandone la pietra per ricostruire le due città, e in particolare la nuova Ragusa, dopo il terremoto del 1693.

Le latomie Gonfalone presentano condizioni ambientali particolarissime e poco influenzate dal clima esterno l punto che la temperatura interna si mantiene quasi costante, senza particolari escurioni termiche d’inverno e d’estate.

Imponenti sia per estensione (1,5 ha) che per altezza (fino a 12 m), rappresentano le più singolari e spettacolari manifestazioni di archeologia industriale della Sicilia. Si possono ancora ammirare i colpi di piccone nelle pareti e sulle volte, oltre alle tracce delle seghe circolari che hanno caratterizzato l’ultima fase di vita delle cave.

2. CAVA S. DOMENICA

La Cava Santa Domenica (o Cava Grande) divide in due Ragusa per tutta la sua lunghezza. In questa cava un tempo si svolgevano due importanti attività: la produzione agricola intensiva ortofrutticola e l’estrazione e la lavorazione della pietra bianca calcarea da costruzione. Successivamente le grotte ricavate vennero utilizzate come ricovero per animali, magazzini e anche per attività collaterali alla stessa estrazione della pietra, come la produzione di calce nelle “carcare”, un vero e proprio forno dove cuocere le pietre.

Anche se grandi, queste latomie non sono assolutamente paragonabili né per bellezza né per spettacolarità con quelle di Cava Gonfalone, ma resta suggestivo il passaggio sotto i tre ponti del centro storico per accedervi. Alcune di esse sono puntellate perché non sicure dal punto di vista della stabilità.

3. CAVA VELARDO

Da Cava S. Domenica, un sentiero immette a Cava Velardo. Qui si notano delle tombe, circa 50, scavate dai Siculi ai piedi del roccione dove sorge la chiesa del Carmine, e si trova il mulino ad acqua, ancora funzionante, dove è possibile comperare la farina.

I mulini macinavano il grano tutto l’anno, giorno e notte, producendo mediamente da 250 a 350 kg di farina in 24 ore. Quando la trimoia si svuotava, un campanello formato da piccole piastre di ferro batteva sulla mola in movimento ed avvertiva il mugnaio. Il sabato e la domenica, quando i mulini erano fermi perché l’acqua era utilizzata per l’irrigazione, i mugnai provvedevano a rifare i denti alle macine utilizzando dei martelletti.

4. CAVA DELLA MISERICORDIA

Lungo un sentiero, che segue una bellissima discesa, si costeggia il torrente. Il sentiero porta in modo quasi obbligato alle spalle dell’antico romitorio di Santa Maria della Misericordia, che nel passato raccoglieva i fedeli in preghiera e oggi è gestito dal CAI di Ragusa, passando sopra una bellissima parete adatta ad esercitazioni di scalata. Da alcuni anni, inoltre, I’Azienda Forestale ha realizzato una strada che permette di percorrere in mountain bike la cava per intero fino a Ibla. Poco sopra lo spiazzale del Romitorio, vi è il sentiero che porta all’imbocco della Grotta del gigante, un cunicolo che si allarga poi in una vera e propria grotta da cui è possibile scorgere una roccia che, per le sue caratteristiche morfologiche, somiglia al volto di un gigante dalla lunga barba. Un sentiero, in parte scavato nella roccia, conduce a Cava Celone, antichissima via di comunicazione fra la città e questa parte dell’altopiano. La Cava si estende per circa 2 Km prima di confluire in Cava San Leonardo. Disabitata da qualche anno, sta lentamente fagocitando le opere realizzate dall’uomo nel corso dei millenni. Questa cava accoglie una necropoli paleocristiana del IV – V sec. d.C.

5. CAVA PARADISO

Se le cave sono “montagne all’incontrario” del nostro territorio, Cava Paradiso rappresenta una delle “vette” più belle e incontaminate degli Iblei. Posizionata tra Cava Misericordia e cava Volpe, è attraversata dal torrente Mastratto, uno dei tanti affluenti del fiume Irminio, il quale, nel fondo valle, forma alcuni caratteristici “Urvi”, ovvero piccoli laghetti scavati nella roccia.

6. CAVA VOLPE

La cava presenta una profonda gola che si insinua in direzione del lago di Santa Rosalia. Fra tutte le valli fluviali che tagliano l’altipiano, con andamento Ovest/Est, è una delle più spettacolari e questo grazie alla relativa inaccessibilità e alla conformazione degli incavi.

In tempi passati, però, una buona parte della cava, in particolare nella zona del fondovalle, era coltivata ed abitata, tanto da presentare ancora alberi domestici come il noce, il melograno, l’ulivo, il mandorlo, il carrubo. Con attrezzature adeguate, è possibile visitare due grotte naturali: la Grotta della Volpe o dell’Acqua, che si trova all’inizio del ramo che sta subito sotto Casa Donna Fiurella, e la Grotta delle lame, sul fondo di un anfratto, nei pressi delle Case Cardello. A mezza costa, una singolare catacomba tardo antica di forma ellissoidale, con baldacchino, sei arcosoli lungo la parete perimetrale e diverse fosse. Interessante la scritta in greco, corredata da disegno graffita sulla colonnina anteriore destra del baldacchino. La cava si dilunga alla destra della chiesa di S. Rosalia e s’immette nel fiume Irminio.

7. CAVA SAN LEONARDO

In queste zone i proprietari terrieri e i ricchi imprenditori iblei possedevano estesi campi coltivati a grano, il quale veniva portato nei numerosi mulini che si trovano lungo la cava, dove scorre il torrente San Leonardo, affluente di destra dell’Irminio. Da qui anche l’appellativo di “Cava dei mulini”: agli inizi degli anni ’90 se ne contavano ben 22, sfruttando i tanti salti del torrente. Agli inizi del 1900 questa valle brulicava di vita e fino agli anni ’50 vi abitavano oltre cento persone, con diverse professionalità:

I mulinari, cioè coloro i quali possedevano un mulino.

I custari, forza lavoro per i mulinari e ai massari dell’altopiano, vivevano in ambienti composti da un solo ambiente, spesso scavati nella roccia, con un soppalco in legno utilizzato per dormire.

I sciumarari, che sfruttavano i piccoli ripiani della valle ricavandone dei terrazzamenti (detti “lenze ri tirrinu”) che irrigavano sfruttando sapientemente le pendenze naturali del terreno con il sistema delle canalizzazioni (dette “saie”) per coltivare ortaggi.

Le lavandaie, donne che andavano a lavare i propri panni o quelli della ricca borghesia dietro compenso. Sfruttavano le saie e grossi sassi appiattiti per svolgere il loro lavoro. Abitavano ad Ibla e venivano con il loro carico di panni la mattina, se era il caso si portavano qualcosa da mangiare per ritornare il pomeriggio tardi.

L’arrivo dell’elettricità a Ragusa intorno agli anni ’50 e la conseguente installazione di diversi mulini a cinghia, turbò profondamente il fragile equilibrio della Cava destinandola ad un lento ma inesorabile abbandono.